venerdì 26 febbraio 2016

Per non dimenticare



INCONTRO CON IL SIGNOR ENRICO VANZINI.      giorno della memoria 27 gennaio
 
Sabato 31 Gennaio 2016, tutti noi, classi prime, seconde e terze siamo andati in atrio per vedere e ascoltare l'incontro con Enrico Vanzini.
Il signor Enrico Vanzini è venuto alla scuola secondaria "Papa Giovanni XXIII" per ricordare la commemorazione del Giorno della Memoria (il 27 Gennaio) e per raccontare a tutti noi la sua testimonianza.


Finita la ricreazione abbiamo preso le nostre sedie e siamo andati in atrio; poi ci siamo seduti.
Dopo 10 minuti sono entrati in atrio i rappresentanti dei carabinieri, quelli degli alpini e i bersaglieri, ad un certo punto è entrato anche il preside Paolo Merlo che ci ha anticipato cosa avrebbe detto il signor Vanzini; altre cose ci sono state dette dall'accompagnatore del signor Vanzini.
Enrico Vanzini è nato a Fagnano Olona, in provincia di Varese, in Lombardia nel 1922, e abita da poco tempo a Cittadella, in provincia di Padova.
Poi è entrato Enrico Vanzini e tutti noi alunni abbiamo applaudito con molto piacere.
Enrico ha iniziato a parlare, e la prima cosa che ha detto è che vedendoci lui ha ritrovato la sua gioventù, che è sparita nel campo di concentramento di Dachau dove ha sofferto tantissimo.
Enrico ha 93 anni ma secondo me non li dimostra, perchè io ho notato che ha molte energie, che non ha neppure un aiutante che lo aiuta ad alzarsi e neppure il bastone.
Enrico ha iniziato il suo racconto, nel 1943 fu portato ad Atene, in Grecia, dove venne arrestato.
Dalla Grecia fu poi inviato in Germania del Nord e il suo viaggio durò circa due settimane.
Ci ha detto anche che gli americani bombardavano spesso quel posto e lui, insieme ad altre persone, approfittando della situazione, fuggirono, però lui venne di nuovo arrestato.
Enrico fu spostato poi nel sud della Germania, lui provò di nuovo a fuggire, ma venne catturato e condannato a morte per fucilazione e fu poi graziato dell'accusa di sabotaggio.
Enrico entrò nel campo di concentramento di Dachau nel 1944. Nel polso gli fu tatuato il suo numero di matricola 123343.
In quel campo di concentramento la vita era molto dura, c'era pochissimo cibo ed Enrico doveva lottare per sopravvivere; è l'ultimo sonderkommando ancora vivo in Italia.
Il 29 Aprile del 1945 il campo di concentramento di Dachau venne liberato e di conseguenza, anche Enrico fu liberato. Finalmente tornò a casa, ma la sofferenza patita nel campo di concentramento lo ridusse a pesare solo 29,3 kg. Era così magro che i suoi genitori non lo riconoscevano.
In Gennaio del 2013 al Quirinale gli è stata consegnata una medaglia d'Onore dal Presidente della Repubblica.
Nel 2015 viene pubblicato un libro della Rizzoli intitolato: L'ultimo sonderkommando italiano.
Alla fine del racconto tutti noi abbiamo fatto una riflessione su quello che ci ha raccontato Enrico; e gli abbiamo fatto anche alcune domande ad esempio: cosa succedeva nei campi di concentramento? Se ha avuto dei figli? Come sta di salute adesso?
E' stata un'esperienza interessante e unica perchè ci ha raccontato e descritto delle cose che ha colpito tutti noi alunni, come quando Enrico è ritornato a casa e pesava solo 29,3 kilogrammi.
Questo incontro è stato molto interessante e può servire molto anche nel futuro per non ripetere gli errori che sono successi nel passato.
Alcuni si sono fatti fare anche l'autografo dal signor Vanzini.

                                                             Alessandro D.P., 1^ C

Sabato 30 gennaio, alla scuola media di Maserà è venuto un signore di 93 anni, sopravvissuto alla 2^ guerra mondiale, il suo nome è Enrico Vanzini, il quale è l’unico” Sonderkommando” italiano ancora vivo.

Enrico  è venuto a raccontarci  la sua tragica storia, che ha tenuto nascosto per ben 60 anni, senza mai dire niente né a sua moglie, né ai suoi figli.

E’ una storia molto triste ma allo stesso tempo molto forte, perché racconta quello che lui ha passato e tutto quello che ha sofferto per le atrocità dei Tedeschi.

Enrico all’età di 22 anni, fu arruolato in artiglieria nella caserma di Alba e destinato al fronte russo, dove non arrivò  per un attacco di appendicite che  lo porto in ospedale. Partì qualche mese dopo  per la Grecia. Fu catturato dopo un anno e purtroppo  inviato a Ingolstadt , in Germania a lavorare.

Enrico tentò la fuga ma ripreso venne condannato a morte a Buchenwald dove i militari lo legarono al palo delle fucilazioni per opera di Hitler. Per fortuna in quel momento successe un fatto più grave e una volta slegato lo portarono nel campo di concentramento di Dachau.

Enrico entrò nel campo di concentramento di Dachau dove gli fu tatuato sul polso il numero 123.343  e fu assegnato alla baracca 8 nella sezione dei detenuti lavoratori.

Nei 7 mesi di detenzione, Enrico passò di tutto, stava molto male, il suo corpo era debole, gli unici vestiti che avevano erano molto fini, quando lavoravano non indossavano scarpe ma lavoravano a piedi nudi, non gli davano cibo e quel poco che gli davano era andato anche a male. Se si dovevano fare la doccia li lavavano fuori all’aperto con un tubo di acqua gelida e se una persona moriva gli denudavano il corpo e lo lasciavano fuori anche per mesi.

Enrico in uno dei suoi tanti giorni sofferenti passati a Dachau, come ogni mattina partiva per andare a lavorare nelle industrie. Durante il tragitto, Enrico  vide avvicinarsi  una donna tedesca, che voleva dargli un pezzetto di pane ma lui le  disse di no, perché sapeva che il militare che aveva dietro ,se  avesse scoperto  il gesto buono della donna avrebbe sparato  alla donna pur essendo  anziana e tedesca.

La  donna però insistette e volle darglielo. Enrico, sempre di nascosto, se lo mise allora  sotto il cappello, fino a quando sentì dei colpi vicino a lui e vide la donna caduta a terra ormai morta e piena di sangue. Enrico non riuscì più a muoversi per il dolore che provava per la donna; il militare allora da dietro gli puntò il mitra sotto al mento dicendo che doveva stare molto attento, altrimenti  avrebbe fatto  la sua stessa fine.

Enrico da quel momento nascose il pane fino a quando gli Americani non vennero a salvarli e li portarono a casa.

Quando Enrico tornò  in Italia non vedeva l’ora di  rivedere casa  sua e  riabbracciare la mamma e il suo papà.

Quando le  fu davanti, la mamma non lo riconobbe perché lui quando era partito pesava circa 87 kg mentre quando tornò pesava 29 kg. Allora Enrico per farsi riconoscere dovette dirle  alcune cose che solo un figlio poteva sapere e fu alla fine da lei riconosciuto.

                                     Valeria R. ,1^C



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